Domenica a Bologna ci sarà un referendum per chiedere ai cittadini se sono “a favore della scuola pubblica”. Ora, a parte il fatto che, per una legge del 2000 voluta dall'allora ministro dell'istruzione Berlinguer, sarebbe bene precisare, anche solo per uso corretto del vocabolario, che tutte le scuole sono pubbliche, mentre la differenza se mai sta nell'essere o no statali, in realtà il consulto permette di esprimersi solo riguardo la scuola dell'infanzia su cui il comune ha spesso un “controllo” diretto. Eppure ciò che sta accadendo a Bologna sembra essere considerato una svolta epocale, la chiave di volta per derimere finalmente quella guerra ideologica che sta dietro le due diverse fazioni: chi sta con il “pubblico” e chi con il “privato”. Basterebbe già questo, e cioè il reiterarsi di quell'uso equivoco del vocabolario, per capire che, forse, si sta sbagliando obiettivo. Su questo tema avevo già discusso con la brava Mila Spicola e da questo era nata una mia intervista su LeiWeb, ma di fatto la riflessione è sempre valida. Perché, a guardare bene i dati, in Italia le scuole paritarie sono circa 13000 (per lo più cattoliche), frequentate da più di 700 mila studenti. La maggiorparte di essi però, non frequenta le scuole elementari, medie o superiori, bensì la scuola dell'infanzia. Sono infatti circa 450 mila i bambini che sono mandati in scuole materne “private”. In altri numeri, se solo il 24 per cento delle scuole italiane è paritario, di queste, ben il 42 per cento è scuola dell'infanzia, mentre il resto, primarie o secondarie di primo e secondo grado, sono qualche migliaio scarso. Ora, chi ha provato a iscrivere il proprio figlio o figlia all'asilo, sa che il posto alla scuola materna non è un diritto. Ci sono code, spesso orari poco flessibili, difficoltà inconciliabili. E davanti all'incertezza (e spesso a una minima differenza del costo della retta), i genitori scelgono una struttura privata. Struttura privata che, ripeto, è nata per coprire una mancanza del pubblico. E per la verità, lo fa. Venendo poi alle briciole delle scuole dell'obbligo, e saltando a piè pari i dati del MIUR che evidenziano il costo di uno studente per la scuola statale o per la paritaria (ahimé sfavorevoli alla prima), vorrei, questa volta davvero provare a circoscrivere il problema vero. Perché, questo è sì un dato allarmante e poco ideologico, la scuola italiana è senza dubbio in grave difficoltà. La scuola tutta, quella statale e, di sicura conseguenza, quella paritaria. Si tratta di un problema ampio che va dalla perdita di autorevolezza e di autorità di un'istituzione, al dubbio, tarlo quotidiano di molti studenti e genitori, che questa stessa istituzione non offra più una preparazione adeguata. Questo è il problema vero. E se la smettessimo di fare guerriglie ideologiche, magari scopriremmo anche che, un Paese come la Svezia, a cui guardiamo con ammirazione e desiderio di plagio, negli ultimi anni, proprio per aumentare la qualità del suo sistema scolastico statale, ha integrato una virtuosa proposta differenziata affiancando alla scuola statale una scuola “privata” lasciando ai genitori la facoltà di scegliere cosa far frequentare ai propri figli. Ma, e su questo il sistema svedese sembra non ammettere deroghe (vedi qui note sul modello Svezia), ciò che accuma le due facce della stessa medaglia è lo standard di qualità richiesto: dai valori base da condividere al messaggio sulle regole democratiche, dalla sicurezza all'obbligo di ogni scuola di dotarsi di uno psicologo responsabile del benessere di alunni e alunne, fino al dovere di sottoporsi a un organo comune di supervisione. Un'uniformità, quest'ultima, che è alla base della garanzia di un più facile raggiungimento dello standard di qualità richiesto. Inoltre, tra il 2007 e il 2011, gli insegnanti svedesi hanno ricevuto una nuova formazione ad hoc mentre, da dicembre del 2013, entrerà in vigore una nuova forma di abilitazione all'insegnamento che prevede tutor annuale e l'obbligo di avere una qualifica per insegnare determitate materie e anni di corso. Il pensiero che sottende questi investimenti è chiaro: formare dei buoni insegnanti garantisce una buona scuola. Qualsiasi scuola. E una buona scuola è anche quella che allo Stato costerà meno. E in Italia? In Italia, non esiste alcun sistema di valutazione esterno di insegnanti e scuole, la formazione organica e strutturale latita da decenni e alla selezione si preferisce l'immissione in massa di un corpo insegnante che, da solo e suo malgrado, si barcamena tra corsi di aggiornamento e supplenze. E ahimé, per concludere in fretta, chi sceglie la scuola non statale non lo fa di solito per assicurarsi una preparazione migliore (e come potrebbe se gli insegnanti escono dalla stessa preparazione?) o un metodo pedagogico differenziato, ma perché o il “pubblico” non offre un'adeguata copertura oraria (tempo pieno?), oppure non garantisce un selezionato bacino di utenza. Considerazione, quest'ultima, che vale sempre più anche per le scuole statali che, soprattutto nelle grandi città, vedono strani e falsamente spontanei fenomeni di ghettizzazione. Ecco qua, ora ditemi, se in una situazione così che per altro confina il nostro Paese a un grado di disperione scolastica tra i più alti d'Europa, il problema è la scuola che qualcuno si ostina ancora a chiamare “privata”.
ipazia è(v)viva
un altro punto di vista (se ne sentiva il bisogno...)
giovedì 23 maggio 2013
si fa presto a dire privata
lunedì 20 maggio 2013
#tisaluto
In Italia l'insulto sessista è pratica comune e diffusa. Dalle battute private agli sfottò pubblici, il sessismo si annida in modo più o meno esplicito in innumerevoli conversazioni.
Spesso abbiamo subito commenti misogini, dalle considerazioni sul nostro aspetto fisico allo scopo di intimidirci e di ricondurci alla condizione di oggetto, al violento rifiuto di ogni manifestazione di soggettività e di autonomia di giudizio.
In Italia l'insulto sessista è pratica comune perché è socialmente accettato e amplificato dai media, che all'umiliazione delle persone, soprattutto delle donne, ci hanno abituato da tempo.
Ma il sessismo è una forma di discriminazione e come tale va combattuto.
A gennaio di quest'anno il calciatore Kevin Prince Boateng, fischiato e insultato da cori razzisti, ha lasciato il campo. E i suoi compagni hanno fatto altrettanto.
Mario Balotelli minaccia di fare la stessa cosa.
In Italia l'insulto sessista è pratica comune perché è socialmente accettato e amplificato dai media, che all'umiliazione delle persone, soprattutto delle donne, ci hanno abituato da tempo.
Ma il sessismo è una forma di discriminazione e come tale va combattuto.
A gennaio di quest'anno il calciatore Kevin Prince Boateng, fischiato e insultato da cori razzisti, ha lasciato il campo. E i suoi compagni hanno fatto altrettanto.
Mario Balotelli minaccia di fare la stessa cosa.
L'abbandono in massa del campo è un gesto forte. Significa: a queste regole del gioco, noi non ci stiamo. Senza rispetto, noi non ci stiamo. L'abbandono in massa consapevole può diventare una forma di attivismo che toglie potere ai violenti, isolandoli.
Pensate se di fronte a una battuta sessista tutte le donne e gli uomini di buona volontà si alzassero abbandonando programmi, trasmissioni tv o semplici conversazioni.
Pensate se di fronte a una battuta sessista tutte le donne e gli uomini di buona volontà si alzassero abbandonando programmi, trasmissioni tv o semplici conversazioni.
Pensate se donne e uomini di buona volontà non partecipassero a convegni, iniziative e trasmissioni che prevedono solo relatori uomini, o quasi (le occasioni sono quotidiane).
Pensate se in Rete abbandonassero il dialogo, usando due semplici parole: #tisaluto.
Sarebbe un modo pubblico per dire: noi non ci stiamo. O rispettate le donne o noi, a queste regole del gioco, non ci stiamo.
Se è dai piccoli gesti che si comincia a costruire una società civile, proviamo a farne uno molto semplice.
Andiamocene. E diciamo #tisaluto.
Questo post è pubblicato in contemporanea anche da altre blogger: Marina Terragni, Loredana Lipperini, Lorella Zanardo, Giovanna Cosenza, Sabrina Ancarola, Mammamsterdam, Zeroviolenzadonne.
E nella versione maschile da Lorenzo Gasparrini.
Se ti va, copincollalo anche tu!
Sarebbe un modo pubblico per dire: noi non ci stiamo. O rispettate le donne o noi, a queste regole del gioco, non ci stiamo.
Se è dai piccoli gesti che si comincia a costruire una società civile, proviamo a farne uno molto semplice.
Andiamocene. E diciamo #tisaluto.
Questo post è pubblicato in contemporanea anche da altre blogger: Marina Terragni, Loredana Lipperini, Lorella Zanardo, Giovanna Cosenza, Sabrina Ancarola, Mammamsterdam, Zeroviolenzadonne.
E nella versione maschile da Lorenzo Gasparrini.
Se ti va, copincollalo anche tu!
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giovedì 9 maggio 2013
narcisismo e dintorni
Un paio di giorni fa mio figlio mi ha detto che «ci era rimasto male» perché la maestra e i compagni avevamo fatto i complimenti solo alla sua vicina di banco, e non a lui, che insieme a lei era stato interrogato. La prima cosa che gli ho chiesto è stata: «E tu, li hai fatti i complimenti a Beatrice visto che è stata così brava?». «Sì», ha risposto. E poi, «No, anzi, ci ho pensato dopo, ma era tardi». Era infatti troppo concentrato sul dispiacere che aveva provato per non essere stato anche lui al centro dell'attenzione, con una dimostrazione così pubblica di apprezzamento. I comportamenti egotici dei bambini si spiegano facilmente e il narcisismo è, di fatto, tipicamente infantile. Perché crescere significa proprio andare al di là di noi stessi e non pensare che i meriti e le attenzioni rivolte ad altri siano tolte a noi stessi. Faccio questa riflessione perché, sempre più frequentemente, ho occasione di incontrare adulti narcisi, persone ambiziose che hanno aspirato, e spesso raggiunto, posizioni di potere, non tanto per merito o risultato, ma perché il loro narcisismo ha consentito loro di calcare la scena con spavalderia, di buttarsi in prima fila e quindi, bontà loro, perché no?, di provarci. La risposta tipica di queste persone che poi si trovano a gestire inevitabilmente anche critiche o conflitti è: «E perchè non lo fai tu, allora?». Perché al narcisista manca totalmente lo spirito di servizio, il senso profondo del suo ruolo di rappresentanza, la consapevolezza che il ruolo non lo ricopre per mettere in scena se stesso, ma perché è un modo per stare insieme agli altri. Eppure, diceva il sociologo statunitense Kit Lasch, «Malgrado le occasionali illusioni di onnipotenza, il narcisismo attende da altri la conferma della sua autostima. Non può vivere senza un pubblico di ammiratori». Il narciso, quindi, checché ne dica, è poco pratico di democrazia. Della rigida applicazione di formalismi burocratici certo, soprattutto se sono funzionali e manipolabili in funzione dell'esternazione del suo ego, ma per il resto, ogni deviazione dal copione della sua messa in scena rappresenta un pericoloso generatore di diffidenza, un riflettore lanciato su quacuno o qualcos'altro, un sospettoso oscuratore di lui, Narciso riflesso e adorante della propria immagine. Avete mai incontrato personaggi del genere? Vi auguro di no, ma ve ne capita qualcuno a tiro, scansatelo come la peste.
venerdì 3 maggio 2013
una donna è una donna è una donna
Dopo il colpaccio di un ministero doppio in cui si abbinano, per manifesta e logica contiguità, sport e pari opportunità affidato a Josefa Idem ecco l'altrettanto logica nomina di una sottosegretaria con i fiocchi: Michaela-con-la-acca Biancofiore. Non mi dilungherò sulle posizioni politiche dell'espondente del Pdl, sulle sue dichiarazioni sui maschi forti alla Mussolini o Berlusconi, sui suoi insulti sessisti e i suoi dubbi etici sull'omosessualità: per chi volesse sentire con le proprie orecchie, basta infatti una full immersion con i vari video di You Tube. Vorrei invece provare a riflettere su come si sia potute arrivare alla nomina di una donna che, di politiche di Pari Opportunità, non ha competenze né ideali. E vorrei anche scivolare, è bastato un tweet, sul fatto che, finché saranno le logiche maschili di occupazione del potere a governare le nomine, il risultato non potrà che essere questo. Forse, è arrivato il momento di prenderci le nostre responsabilità. E la responsabilità più grande se la deve prendere chi, in questi mesi, ha continuato a proporre, dovunque e comunque, un donna. Una qualsiasi donna. Una donna purchè sia. Come se le differenze personali, le dignità individuali, fossero un privilegio esistenziale del maschio. Per noi, invece, carne indistinta e genere diffuso, basta una donna per definirle tutte. Di questa massificazione, di questa perdita di significato, e valore, della singolarità, uno dei principali responsabili, lo dico chiaramente, è Snoq (Se non ora quando). Non l'unico, ma poichè è senza dubbio il movimento mediaticamente più presente, è anche quello che forse dovrebbe iniziare una profonda riflessione sui rischi, di cui spesso ho parlato in questo blog, di confondere trasversalità e qualunquismo. Le donne non sono tutte uguali. E sostenerlo pubblicamente rifiutandosi di dare nomi e cognomi, di ammettere che ci sono anche donne da cui non vorremmo mai essere rappresentate, è una disonestà intellettuale che stiamo pagando cara. E che, soprattutto, ci spinge ancora più indietro nel tempo di quanto non lo siamo già. Perchè, diciamolo francamente, le nostre richieste, le richieste di Pari Opportunità di cui fanno parte per esempio la pari rappresentanza e presenza anche nel mondo del lavoro, in confronto alle politiche e alla cultura delle Pari Opportunità di altri Paesi europei, fanno sorridere. Soluzioni che nascono già vecchie per problemi ancora più datati: uno dei tanti specchi dell'arretratezza italiana. Eppure siamo ancora qui. A farci rappresentare da chi è stata complice e fan devota di una cultura che ha umiliato le donne di questo Paese per vent'anni. No, mi spiace, una donna non è semplicemente un donna. Scommetto che lo sanno anche molti uomini. Quelli per cui l'altro sesso non è un "tanto al chilo” purché, magari, sia bionda e di bell'aspetto. Altrimenti, come diceva un arguto @Larsaan su Twitter, potremmo intraprendere una lotta di principio sul fatto che le donne brune non vengano equamente rappresentate. Perché no, se il livello è questo.
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giovedì 2 maggio 2013
sogni sott'acqua
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| Bill Viola, The Dreamer (2012) in Frustated Actions and Futile Gestures, dal 5 giugno al London Hanover Square. |
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venerdì 19 aprile 2013
per il maschio non c'è fine
Altro che Hanna Rosin. Il titolo del suo libro, La fine del maschio e l'ascesa delle donne, in questo Paese è molto al di là da venire. Stracciate pure il famoso Lean in, Facciamoci avanti di Sheryl Sandberg. Qui, proprio, non è storia. Evitate pure di lasciare mini video nel link per autocompiacersi che si comincia a vedere la luce in fondo al tunnel. Illusione. Qui è buio pesto. E per capirlo basta trattenersi per qualche minuto davanti a quella messa in scena feticcio che è l'elezione del nostro Presidente della Repubblica. Inutile, vana, e subito dimenticata come un urlo isterico di donnicciola è stata la proposta di una donna presidente. Emma Bonino, pareva condivisa. Non so se qualcuno, nel cantuccio del suo scranno l'abbia mai presa sul serio in considerazione. Per il resto, le logiche e le ritualità del maschio hanno preso il sopravvento. Sodalizi correntizi, paccate sulle spalle da Bar Mario, strette di mano e abbracci da dopopartita. Se qualche voce si leva, poi basta una notte e un buon whisky in qualche trattoria romana, per ritrovare la complicità perduta. Quello che sta andando in scena in questi giorni è il più squallido e retrivio dei costumi italici. Le reiterate usanze di occupazione del potere, le finte scaramucce, il traccheggio scambiato per diplomazia. Sono i riti del presenzialismo e delle riunioni perdi tempo. La viltà infinita e tutta maschile di non sapersi guardare allo specchio, di guardare avanti. E si scherza pure. Con un voto a Casaleggio e l'altro a Francesco Guccini. Con battute che vedono quante volte se la passano di mano in mano (la scheda). Ma non vi accorgete dell'infinita tristezza di questo teatro? Di questo Paese sempre più senza donne e sempre più senza futuro? Davvero non vedete il dirupo che c'è tra questa sceneggiata e il film (neo)realistico di ogni giorno? L'unica cosa che mi consola è che, comuqnue sia, questi sono gli ultimi giorni di Pompei. Il mondo cambia, nonostante voi.
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mercoledì 3 aprile 2013
giornalismo sull'orlo di una crisi di nervi
Si direbbe, questo è un post in conflitto d'interessi. Pazienza. Ce l'ho sulla punta della tastiera da un po' e quindi… Libero questo irrefrenabile desiderio di fare un punto tutto personale sul dilemma esistenziale del momento: giornalismo, ci fai o ci sei? Tra social media, informazione digitale, new internet e new media. Prima di buttare tutto, compreso o soprattutto me stessa, alle ortiche. Prima di dire che la carta servirà solo a quell'uso-che-non-si-può-dire, ma che pare sia l'unico rimasto, almeno secondo il cliccatissimo video IPad vs Paper. E sempre prima, anzi subito, lo scrivo che io qualche dubbio ce l'ho. Non sull'avanzata inevitabile dei media digitali, non sulla qualità del giornalismo on line (che mi piace e lo leggo e lo preferisco), ma su come, in questo Paese si stanno mettendo le cose. Qualche dubbio sul “dibbbattito”, come diceva qualcuno, che, dai Paesi del giornalismo nobile e anglosassone, si trasferisce da queste parti. Cambio tono, d'accordo. Ma, leggendo e leggendo, qualche posizione meno talebana di “la carta deve morire” (insieme a tutti quelli che ci scrivono sopra come vorrebbe Beppe Grillo e i suoi numerosi seguaci), l'ho trovata. E se ci stessimo sbagliando? E se fosse tutto un errore? La musica per le mie orecchie proviene dal manifesto di Revue21, Un altro giornalismo è possibile, la rivoluzione digitale non è quello che sembra. L'arte del dubbio mi è sempre piaciuta, se poi si tirano in ballo esperti di sociologia dell'errore come fanno Laurent Beccaria e Patrick de Saint Exupéry, l'arte diventa scienza e domandarsi se siamo in preda a un bluff tecnologico, a una sbronza di dati e cifre, di applicazioni e condivisioni, se rischiamo di cadere in una terribile perdita di senso, non è solo lecito, ma anche doveroso.
Certo, di dati, ce ne sono tanti. Secondo quelli recenti del Politecnico di Milano presentati al convegno New Internet +90%: il nuovo scenario dei Media, le testate giornalistiche che hanno creato un’applicazione ad hoc sono in forte crescita: un aumento del 46 per cento nel 2012 per un totale di oltre 300 applicazioni disponibili. Merito dei Tablet e di quei utilizzatori (uno su tre secondo i dati Doxa) che dichiarano di leggere meno quotidiani, meno libri e meno periodici cartacei a favore del nuovo device. Anche se, prosegue la ricerca, spesso il loro utilizzo è complementare a quello dei media tradizionali. Poi ci sono i dati delle pagine lette, del numero di utenti unici (più o meno dopati tanto Audiweb non fa ancora la differenza) e delle condivisioni. Li sbandierano tutti come la conquista della terra promessa o forse, più semplicemente, come l'avvistamento della terra promessa dove quest'ultima, sia chiaro, non è altro che l'uscita dal mare di debiti del cartaceo per approdare ai mirabolanti fatturati del web. Anche se poi scopri che, sempre secondo una recente ricerca di 33across, gli articoli più condivisi non sono in realtà quelli più letti: insomma condivido magari l'articolo scientifico e impegnato per sembrare più intelligente, poi, quando devo leggere, torno ai miei soliti argomenti che non sto neanche a condividere visto che sono quelli che leggono tutti i miei amici su Twitter e Facebook. Il che pone un problema di non facile soluzione visto che il vero dato utile non è quanti ti vedono, ma chi ti vede e ti legge poiché ti reputa credibile e affidabile. Il vero problema è, e lo scrive James Breiner, direttore del Global Business Journalism Program alla Tsinghua University, non fare grande audiende ma riuscire a realizzare intorno all'informazione una sorta di comunità. Non semplici navigatori, ma lettori partecipanti che condividono non pagine web ma valori. Breiner fà l'esempio di The Texas Tribune e di Minnpost in cui ogni comunità di interesse è chiamata a sponsorizzare il proprio contenuto, quasi a entrare nella famiglia-giornale. Insomma, un giornale come un club, ma in un senso ben diverso da quello declamato da Piero Ostellino a proposito del Corriere della Sera. Non c'è traccia di rincorsa quantitativa alla pubblicità. Come nel citato Revue21 d'altra parte, e come nel De Corrispondente degli olandesi Rob Wijnberg e Harald Dunnink che hanno chiesto direttamente ai lettori che apprezzano il giornalismo di qualità di partecipare al crowdfunding per l'apertura del loro giornale di inchieste approfondite prevista per settembre 2013. Ad oggi, sono più di 15.000 i membri che hanno contribuito alla piattaforma raccogliendo oltre un milione di euro in soli 8 giorni. Un record. Così sono ancora più confusa perché considerare vincente offrire giornalismo di qualità ai lettori mi pareva più un insegnamento del vecchio giornalismo che del nuovo, così come il fact checking non è che la vecchia verifica delle notizie con un nome più cool.
Insomma, c'è qualcosa che non mi torna. Ho l'impressione che si propongano soluzioni altrove già fallite. Vecchi rimedi per ancor più vecchie malattie. Il che mi fa nascere il sospetto che le intenzioni siano altre. Per esempio, far fuori un po' di gente. Smaltire un po' di debiti accumulati per errori cartacei più simili a contratti finanziari che a progetti editoriali sbagliati (ci sono anche quelli, certo). Ossessionati dalla pubblicità (e dov'è la notizia) si scopre che la prima creazione di valore si ha creando una comunità e che la comunità si crea generando qualità. Anche se, per la prima volta, gli abbonamenti digitali del Financial Times hanno superato quelli cartacei, un risultato ottenuto con una strategia precisa: il FT.com chiede agli utenti di registrarsi per leggere fino a otto articoli al mese gratis e da qui raccoglie gran parte delle informazioni: sono gli abbonati del futuro. Peccato che, solo per le notizie economiche, il FT abbia in giro per il mondo più di 600 giornalisti. Da pochi giorni, anche il sito di Le Figaro ha cambiato aspetto. Come spiega Brézet, l'adozione di una piattaforma che si adatta a ogni device, dal computer allo smartphone, è una svolta. Una svolta che porterà all'assunzione di una ventina di persone, tra presentatori e reporter, e a un investimento di 18 milioni di euro. Quindi, tagliare, anche se....
Quello che non vorrei fare è stare tutti i giorni nell'attesa delle rivelazioni del Nieman Journalism Lab di Harvard per vedere che futuro sarà. E forse non lo dovrebbe fare neanche chi sta ripensando tutta l'industria dell'editoria e, con essa, la vita di centinaia di persone. Alcune settimane fa, il post di Frédéric Filloux The Need for a Digital New Journalism è rimbalzato in Rete come il Verbo: troppe cose da leggere, per troppo tempo, un flusso di notizie ininterrotte, fare informazione breve ma efficace, e poi fare informazione personalizzando la scrittura e coinvolgendo il lettore, scrivere come un blogger e poi no, riabilitare la scrittura dei magazine che, a contrario di quella dei quotidiani, è stata più capace di reiventarsi. Domani, sicuramente ci sarà qualcosa di diverso. Quello che non cambia, mi pare, è la paura, tutta reale, di affrontare un futuro avvolto nella nebbia e nelle insicurezze. Far finta di avere la soluzione in tasca, rischia di essere il primo, e l'ultimo, degli errori.
Certo, di dati, ce ne sono tanti. Secondo quelli recenti del Politecnico di Milano presentati al convegno New Internet +90%: il nuovo scenario dei Media, le testate giornalistiche che hanno creato un’applicazione ad hoc sono in forte crescita: un aumento del 46 per cento nel 2012 per un totale di oltre 300 applicazioni disponibili. Merito dei Tablet e di quei utilizzatori (uno su tre secondo i dati Doxa) che dichiarano di leggere meno quotidiani, meno libri e meno periodici cartacei a favore del nuovo device. Anche se, prosegue la ricerca, spesso il loro utilizzo è complementare a quello dei media tradizionali. Poi ci sono i dati delle pagine lette, del numero di utenti unici (più o meno dopati tanto Audiweb non fa ancora la differenza) e delle condivisioni. Li sbandierano tutti come la conquista della terra promessa o forse, più semplicemente, come l'avvistamento della terra promessa dove quest'ultima, sia chiaro, non è altro che l'uscita dal mare di debiti del cartaceo per approdare ai mirabolanti fatturati del web. Anche se poi scopri che, sempre secondo una recente ricerca di 33across, gli articoli più condivisi non sono in realtà quelli più letti: insomma condivido magari l'articolo scientifico e impegnato per sembrare più intelligente, poi, quando devo leggere, torno ai miei soliti argomenti che non sto neanche a condividere visto che sono quelli che leggono tutti i miei amici su Twitter e Facebook. Il che pone un problema di non facile soluzione visto che il vero dato utile non è quanti ti vedono, ma chi ti vede e ti legge poiché ti reputa credibile e affidabile. Il vero problema è, e lo scrive James Breiner, direttore del Global Business Journalism Program alla Tsinghua University, non fare grande audiende ma riuscire a realizzare intorno all'informazione una sorta di comunità. Non semplici navigatori, ma lettori partecipanti che condividono non pagine web ma valori. Breiner fà l'esempio di The Texas Tribune e di Minnpost in cui ogni comunità di interesse è chiamata a sponsorizzare il proprio contenuto, quasi a entrare nella famiglia-giornale. Insomma, un giornale come un club, ma in un senso ben diverso da quello declamato da Piero Ostellino a proposito del Corriere della Sera. Non c'è traccia di rincorsa quantitativa alla pubblicità. Come nel citato Revue21 d'altra parte, e come nel De Corrispondente degli olandesi Rob Wijnberg e Harald Dunnink che hanno chiesto direttamente ai lettori che apprezzano il giornalismo di qualità di partecipare al crowdfunding per l'apertura del loro giornale di inchieste approfondite prevista per settembre 2013. Ad oggi, sono più di 15.000 i membri che hanno contribuito alla piattaforma raccogliendo oltre un milione di euro in soli 8 giorni. Un record. Così sono ancora più confusa perché considerare vincente offrire giornalismo di qualità ai lettori mi pareva più un insegnamento del vecchio giornalismo che del nuovo, così come il fact checking non è che la vecchia verifica delle notizie con un nome più cool.
Insomma, c'è qualcosa che non mi torna. Ho l'impressione che si propongano soluzioni altrove già fallite. Vecchi rimedi per ancor più vecchie malattie. Il che mi fa nascere il sospetto che le intenzioni siano altre. Per esempio, far fuori un po' di gente. Smaltire un po' di debiti accumulati per errori cartacei più simili a contratti finanziari che a progetti editoriali sbagliati (ci sono anche quelli, certo). Ossessionati dalla pubblicità (e dov'è la notizia) si scopre che la prima creazione di valore si ha creando una comunità e che la comunità si crea generando qualità. Anche se, per la prima volta, gli abbonamenti digitali del Financial Times hanno superato quelli cartacei, un risultato ottenuto con una strategia precisa: il FT.com chiede agli utenti di registrarsi per leggere fino a otto articoli al mese gratis e da qui raccoglie gran parte delle informazioni: sono gli abbonati del futuro. Peccato che, solo per le notizie economiche, il FT abbia in giro per il mondo più di 600 giornalisti. Da pochi giorni, anche il sito di Le Figaro ha cambiato aspetto. Come spiega Brézet, l'adozione di una piattaforma che si adatta a ogni device, dal computer allo smartphone, è una svolta. Una svolta che porterà all'assunzione di una ventina di persone, tra presentatori e reporter, e a un investimento di 18 milioni di euro. Quindi, tagliare, anche se....
Quello che non vorrei fare è stare tutti i giorni nell'attesa delle rivelazioni del Nieman Journalism Lab di Harvard per vedere che futuro sarà. E forse non lo dovrebbe fare neanche chi sta ripensando tutta l'industria dell'editoria e, con essa, la vita di centinaia di persone. Alcune settimane fa, il post di Frédéric Filloux The Need for a Digital New Journalism è rimbalzato in Rete come il Verbo: troppe cose da leggere, per troppo tempo, un flusso di notizie ininterrotte, fare informazione breve ma efficace, e poi fare informazione personalizzando la scrittura e coinvolgendo il lettore, scrivere come un blogger e poi no, riabilitare la scrittura dei magazine che, a contrario di quella dei quotidiani, è stata più capace di reiventarsi. Domani, sicuramente ci sarà qualcosa di diverso. Quello che non cambia, mi pare, è la paura, tutta reale, di affrontare un futuro avvolto nella nebbia e nelle insicurezze. Far finta di avere la soluzione in tasca, rischia di essere il primo, e l'ultimo, degli errori.
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